Renzi vince, Berlusconi perde: Sergio Mattarella!

Sergio MattarellaIl nome di Sergio Mattarella circolava da tempo come uno dei possibili candidati al Quirinale – era stato fatto anche nel 2013, dall’ex segretario del PD Pier Luigi Bersani – ma meno tra un’elezione e un’altra. Più che di lui si parla infatti del “Mattarellum”, l’appellativo inventato da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera per la legge elettorale approvata dopo il referendum del 1993: si trattava di un sistema piuttosto complicato ma che, come caratteristica fondamentale, assegnava i seggi per tre quarti con il maggioritario e per un quarto con il proporzionale. Il Mattarellum è stato la legge elettorale per le elezioni del 1994, del 1996 e del 2001, prima del cosiddetto “Porcellum“. Fu molto criticata all’epoca ma è stata poi “rivalutata” e oggi è spesso citata come l’ultima legge elettorale italiana che permetteva agli elettori di scegliere direttamente e con semplicità i loro rappresentanti.

Mattarella è nato a Palermo, ha 73 anni, è vedovo e ha tre figli (uno di loro ha fatto politica in Sicilia ed è stato candidato alle primarie per la segreteria regionale nel 2009 appoggiato da Bersani; un altro invece lavora da diversi anni al ministero della Funzione pubblica e ora è capo dell’ufficio legislativo di Marianna Madia). Sergio Mattarella è figlio di Bernardo, politico democristiano che tra gli anni Cinquanta e Sessanta è stato più volte ministro; ed è fratello minore di Piersanti, altro politico democristiano ucciso il 6 gennaio del 1980 dalla mafia mentre era presidente della Sicilia.

piersanti-mattarella-1Alle elezioni politiche del 1983 venne eletto alla Camera dei Deputati con la DC: faceva parte della corrente dei morotei, quella di Aldo Moro e di Benigno Zaccagnini (quella più a sinistra, per capirci). Fu incaricato dall’allora segretario della DC, Ciriaco De Mita, di occuparsi in quegli anni del partito in Sicilia e appoggiò la candidatura di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo. Rieletto alla Camera nel 1987, continuò a collaborare politicamente con De Mita e fu nominato ministro dei Rapporti con il Parlamento (governo Goria), confermato anche l’anno dopo nel governo De Mita.

Nel luglio del 1990, quando Mattarella era ministro dell’Istruzione, i giornali ne parlarono per un episodio che coinvolse la nota cantante americana Madonna, che da lì a poco avrebbe tenuto dei concerti a Roma (il 10 luglio) e a Torino (il 13 luglio). Già nei giorni precedenti diversi settori del mondo cattolico italiano avevano criticato “Blond Ambition”, il secondo tour mondiale di Madonna per promuovere i dischi “Like a Prayer” e “I’m Breathless”. Secondo quanto scrissero allora Stampa e Repubblica, Mattarella si disse d’accordo con la CEI, la Conferenza Episcopale Italiana, secondo cui lo spettacolo aveva scarso contenuto artistico ed era molto volgare nel mescolare sacro e profano.

Mattarella si dimise da ministro, insieme ad altri ministri della DC, contro l’approvazione della contestata legge Mammì, una legge di riforma della radio e della tv approvata nel 1990 chiamata così per via del primo firmatario, Oscar Mammì, all’epoca ministro delle Poste e Telecomunicazioni per il Partito Repubblicano. La legge permetteva l’ingresso nel mercato radiotelevisivo nazionale di operatori privati, legalizzando quello che le reti di Fininvest facevano già da tempo aggirando la legge (trasmissioni contemporanee degli stessi programmi su tv locali in tutta Italia). La legge obbligava ogni canale tv ad avere un direttore e un telegiornale, tra le altre cose. Da una parte quella legge permise anche all’Italia di avere delle tv commerciali nazionali private, che oggi sono considerate normali in tutti paesi occidentali e utili per il pluralismo e la ricchezza dell’offerta televisiva e informativa; dall’altra parte la struttura della legge finì per cristallizzare la situazione esistente – per questo la chiamavano “legge Polaroid” – permettendo a Fininvest di mantenere un sostanziale monopolio del settore. Mattarella, dopo le dimissioni, disse:

«Ci siamo dimessi. Riteniamo che porre la fiducia per violare una direttiva comunitaria sia in linea di principio inammissibile e inopportuna in questo semestre»

Dopo le dimissioni, Mattarella rimase senza incarichi di governo per due anni: venne rieletto alla Camera nel 1992 e nello stesso anno gli venne affidata (fino al 1994) la direzione del quotidiano della Democrazia Cristiana, Il Popolo. Nel 1993 fu relatore della legge di riforma del sistema elettorale. Superate le inchieste su Tangentopoli (venne accusato da un imprenditore siciliano di aver ricevuto 50 milioni e dei buoni benzina, ma venne assolto), Mattarella fu tra i protagonisti del rinnovamento della DC: nel 1994 fu tra i fondatori del Partito Popolare Italiano (con il quale venne eletto alla Camera nel 1994) ma se ne staccò quando Rocco Buttiglione, alla segreteria del partito, si avvicinò al leader di Forza Italia Silvio Berlusconi in vista delle elezioni del 1996. L’ipotesi che Forza Italia potesse entrare nel Partito Popolare Europeo venne definita da Mattarella «un incubo irrazionale».

Confermato deputato alla Camera nel 1996, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi divenne prima vicepresidente del Consiglio e poi ministro della Difesa, anche nel governo Amato (appoggiò l’intervento della NATO in Kosovo). Nel 1999 ci fu un altro scontro pubblico con Berlusconi, che in un articolo del Tempo aveva ricordato De Gasperi in occasione della commemorazione per il 45esimo anniversario della sua morte rivendicandone l’eredità. Mattarella disse: «De Gasperi appartiene a tutti coloro che hanno a cuore la democrazia. Questo non vuol dire che chiunque possa chiamarsi suo seguace o erede».

Nel 2001 Mattarella venne rieletto in Parlamento con la Margherita e poi riconfermato nel 2006 con l’Ulivo (fa anche parte del gruppo che ha scritto il manifesto fondativo del Partito Democratico). Nel 2008, dopo la caduta del governo Prodi, uscì dal Parlamento (quello stesso anno criticò la riforma della Gelmini sul ritorno del maestro unico alle elementari che lo stesso Mattarella, nel 1990, aveva sostituito con i cosiddetti moduli); dal 2011 è giudice della Corte costituzionale, eletto dal Parlamento. Considerato un moderato, non è intervenuto molto spesso nelle discussioni di attualità e nelle polemiche intorno alla politica. Ciriaco De Mita, disse di lui: «Forlani, in confronto a Mattarella, è un movimentista».

 

Leggi l’articolo nella versione integrale su Il Post

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