Traduttori o balenieri? A forza di chiamarlo, ci siamo rotti le scatole. L’incipit più celebre della storia della letteratura occidentale detiene anche il record di brevità. “Call me Ishmael”. Chiaro, nitido e rotondo come il sole. “Chiamatemi Ismaele”. Macché. I traduttori nostrani, ramponieri di lemmi astrusi, balenieri nell’oceano dei vocabolari, se ne sono inventate di ogni. Se Nemi d’Agostino, Pina Sergi e Cesarina Minoli non si scostano da Madama Grammatica (ma si tratta di traduzioni da gettare in soffitta), Ruggero Bianchi (per altro autore, per Mursia, di una delle più belle traduzioni di Moby Dick) inverte l’ordine dei fattori (“Ishmael – chiamatemi così”), tanto il risultato non cambia; il più esagerato, tuttavia, resta Bernardo Draghi che per la collana Frassinelli diretta da Aldo Busi, “I classici classici”, s’inventa un “Diciamo che mi chiamo Ismaele”.

Il divertente e dissacrante articolo di Davide Brullo continua su Linkiesta con ampi confronti fra la traduzione di Cesare Pavese e quella di Ottavio Fatica: da confrontare!

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